venerdì 21 settembre 2012

Limoni sanguinanti

Si succedono gli Assessori all'Agricoltura, si succedono (veramente non tanto) i Direttori Generali dell'Assessorato, si vota e si rivota, ma alla fine? Non cambia nulla!
Ed hanno voglia di fare tutte le ROTAZIONI COATTE del mondo, ma ... nessuno ha pensato alla limonicoltura della riviera Jonica che è agonizzante!
Alzi la mani fra Politici nazionali, regionali, provinciali e comunali, politicanti, dirigenti, insomma tutti quelli che avrebbero dovuto occuparsene PER DAVVERO (e non per finta come qualcuno) chi ha fatto qualcosa per la limonicoltura Acese, e dell'intera zona Jonica.
10.000 ettari che adesso si sono ridotti almeno a 3.000! I Verdi, Legambiente ... dove sono? Mancano all'appello almeno 7.000 ettari di piante che producevano ossigeno, che producevano reddito, che producevano ricchezza, che producevano posti di lavoro! Dove siete anche voi?????
E dove sono tutti i "partecipanti al concorso del secolo", ovvero al rinnovo dell'Assemblea Regionale Siciliana???
L'ing. Agostino Pennisi è rimasto l'unico a non voler "affogare", a ribellarsi a questa situazione di agonia silente, forse anche premeditata!
agostino pennisiE’ per questo che ... per qualche giorno il blog si ferma su questa notizia. Qui a sinistra riporto l'intera pagina del quotidiano LA SICILIA di ieri, e qui sotto, invece, riporto tutti gli articoli per intero.
Rimane lo strano fatto che ad Acireale e dintorni ... i limoni non si raccolgono dalle piante, mentre siamo invasi (come più volte ho dimostrato) dai limoni argentini ed anche a prezzi .... esosi!

Le colture non si sono mai riprese dal malsecco degli Anni 70

Sono lontani i tempi, tra gli anni ’60 e inizio ’80, quando da Acireale partivano 100 vagoni di limoni al giorno diretti al mercato estero, principalmente russo. Sono lontani i tempi dell’agrumicoltura acese florida, capace di spargere ricchezza e di consentire ad un produttore di mantenere la famiglia con 150-200 piante di limoni. Da quando, sul finire degli anni ’70, si ebbe un’ondata di «malsecco» - male inesorabile che, in poco tempo, fece morire molte piante della varietà pregiata «femminello», detto «nostrale» – iniziò il declino del settore, e oggi la limonicoltura della «Riviera jonica» è in crisi conclamata. Concorrenza estera, scarso ricambio generazionale tra gli imprenditori agricoli, liberalizzazione degli scambi europei e cambiamenti troppo repentini per dar tempo ai coltivatori di reagire e, ancora, qualche attuale caso di «malsecco» sono i principali, ma non unici, fattori di crisi. E ai coltivatori quasi non conviene raccogliere i frutti, considerato che i costi, 13 centesimi al chilo, superano i ricavi, 7 centesimi, cosicchè le terrevengono abbandonate.
«Oggi il limone “femminello” – ha spiegato Salvatore Coco, ex coltivatore limonicolo - non caratterizza in via esclusiva i campi della riviera acese: dopo il malsecco, negli anni ‘80 venne piantato il “monachello”, la cui pianta è più resistente alla malattia, ma il frutto ha meno succo ed  essenza,  oltre che essere più deperibile; mentre limoneil frutto  del  limone “nostrale” ha molto succo, una buccia ricca di essenza dal profumo intenso e maggiore resistenza. Oggi il nostro limone – continua  Coco  -  non riesce a competere con la produzione concorrenziale del nord Africa: Algeria, Libia e gli altri Stati del bacino del Mediterraneo  da cui  proviene  un prodotto qualitativamente inferiore al  nostro,  ma  a prezzi  molto  più concorrenziali.
I nostri limoni, invece, vengono lasciati cadere e, poi, venduti come scarto a 0,15 centesimi al chilo, quando non marciscono». Da un ex coltivatore a un produttore agri colo, l’ingegnere Agostino Pennisi di Floristella, che ancora oggi, dopo aver preso in mano le redini della azienda agricola di famiglia, si occupa di limoni, pur non essendo la sua unica attività. «I problemi – afferma Pennisi – sono globalizzazione, costi, sistemi di approvvigionamento della grande distribuzione e concorrenza di Paesi come Cile, Argentina, del nord Africa (dove la manodopera costa poco) e, in Europa, Spagna. C’è, poi, la questione dei controlli fitosanitari incerti in questi Paesi e gli esosi costi locali di produzione. Inoltre, il nostro sistema è disomogeneo e frammentario e noi produttori acesi, o della riviera, non riusciamo a “fare sistema”, a creare consorzi».
Il dottor Ignazio la Spina proviene da una famiglia di produttori, è agronomo e imprenditore agricolo. «Il settore – osserva - non è all’avanguardia, né meccanizzato, i costi di produzione e la manodopera sono incomprimibili, ma dal nord Africa escono prodotti concorrenziali di cui non si conosce la metodologia di coltivazione, gli antiparassitari usati, né le tutele dei lavoratori, mentre da noi le normative sui fitosanitari sono particolarmente restrittive e il costo del lavoro molto alto».

Una filiera in ginocchio


limone 2Quella del limone acese e di tutta la fascia della Riviera Jonica - nota anche con l’altro antico appellativo “Riviera dei limoni” - sembrerebbe essere la via del tramonto: tutta la filiera, dai produttori agricoli ai commercianti all’ingrosso – anche loro decimati in tutto il territorio delle Aci - si assottiglia sempre più.
Non è solo un comparto a essere in crisi, ma tutto l’indotto economico e i livelli occupazionali, compresi quegli àmbiti ulteriori - tutela del paesaggio, turismo, ambiente - che connotano, al di la del mero aspetto commerciale, il rapporto tra il limone e il territorio. Eppure, il prodotto propone anche varietà  meno  aggredibili dalla concorrenza straniera, come il “verdello” che si raccoglie in estate e il “femminello zagara bianca”.
«Nelle  aziende  agricole non c’è al momento speranza di fare utili - precisa l’ing. Pennisi - lavoriamo per chiudere in pari i bilanci. Il problema va oltre la commercializzazione e l’aspetto economico perché il limone della Riviera Jonica non è solo un prodotto per i mercati, ma è anche un elemento di mantenimento dell’ambiente generato nell’ultimo secolo, salubrità, immagine, natura e non abbandono e, dunque, sicurezza delle campagne». E, allora, bisogna guardare a una nuova  alba,  cercando  soluzioni  di buon senso condivise e che guardino al lungo periodo puntando sulla qualità  del limone locale e l’ammoderna mento delle produzioni.
«Bisognerebbe omogeneizzare le coltivazioni, eliminando le piante di varietà inferiore come il “monachello”e reimpiantare capillarmente prodotto di qualità - suggerisce Pennisi - ma è un aspetto su cui mancano gli aiuti
regionali, perché la normativa sovvenziona solo il reimpianto totale e non il reimpianto parziale dei terreni.
limoni 3L‘impianto totale, però, diventerebbe troppo gravoso per i produttori perché imporrebbe uno “stop” alla produzione  di almeno 5-6 anni, tempo necessario per consentire il reinnesto dell’intero fondo e la ripresa della produzione; ecco perché - puntualizza Pennisi -non è concretizzabile.
Sempre guardando al futuro e al rilancio sul mercato di un prodotto dalle caratteristiche organolettiche e nutrizionali d’eccellenza si potrebbe seguire l’esempio di Siracusa che, da tempo, gode del marchio di Indicazione Geografica Protetta per i suoi limoni. «Un riconoscimento Igp sul limone della Riviera Jonica sarebbe un modo per monetizzare le qualità del prodotto e rivalutare e caratterizzare una vocazione del nostro territorio - conclude Pennisi -; la Riviera jonica rischia di cambiare volto se perde il suo paesaggio straordinario e le distese di agrumeti, che sono un valore a cui, forse, non facciamo più caso. Dobbiamo stabilire cosa fare delle nostrecampagne e del nostro futuro».



MARICA PAPPALARDO

1 commento:

  1. Salve, non acquisto mai limoni perchè nel mio giardinetto ho 4 alberi, che producono sempre, questa estate invece niente nemmeno un limone!!! Quindi ho acquistato i limoni in un supermarket a 2,00€ al kg e mi sono lamentato del prezzo alto, il cassiere mi ha detto che le mie lamentele erano ingiustificate in quanto quello è il prezzo che mantiene tutto l'anno!!!

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